La tecnologica notte di Singapore

Scritto da Venerdì, 20 Settembre 2013 07:08

Gianfranco Mazzoni dai microfoni RAI è visibilmente emozionato per questo gran premio, il primo della storia della Formula 1 che si corra in notturna. E per rendere partecipi anche gli spettatori della gioia tecnologica provata, ripete con enfasi che la ditta che ha installato a Marina Bay i riflettori è italiana. Da casa il tutto sembra un po' strano, fuori dal consueto: una pista illuminata a giorno da una quantità enorme di proiettori, percorsa da chilometri di cavi che devono essere poi smantellati perché le strade su cui sfrecceranno i bolidi sono aperte al traffico. A molti viene la curiosità di sapere quanta energia utilizzi questo mega impianto in relazione a misure tangibili quali un passaggio in lavatrice di panni sporchi o una parmigiana di melanzane da infornare. In un sito web viene riportato un dato: fra prove e gara il sistema butterà nell’atmosfera più di 25 tonnellate di anidride carbonica, con buona pace dello sviluppo sostenibile. Ma intanto la luce artificiale permette di partire quando in Europa sono le due del pomeriggio.

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La prima di Gil in Europa

Scritto da Martedì, 10 Settembre 2013 08:27

Il 7 giugno 1976 il Campionato Europeo di Formula 2 fa tappa a Pau per il tradizionale appuntamento che il circuito cittadino contornato dai Pirenei riserva alla formula cadetta. Incredibile a dirsi, ma il circuito è gemellato con un altro tracciato cittadino, Trois Rivières. Di mezzo c'è sicuramente qualche gruppo politico che agita il vessillo dell'indipendenza dal Canada, visto che Trois Rivières è in Quebec. Fatto sta che in occasione dal Gran Premio di Pau due dirigenti sportivi quebecoise attraversano l'Oceano e si portano con sé il meglio che il loro automobilismo sta offrendo, il ventiseienne  Gilles Villeneuve.

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Il nome di Phil Hill, il primo americano a vincere il Mondiale di Formula 1, è legato a una rossa Ferrari e all'Autodromo di Monza che il 10 settembre 1961 gli ha dato in una solo istante la soddisfazione più grande e il più grande dolore della sua carriera. Quel giorno è la sorte a decidere una lotta in famiglia condotta con lealtà da due piloti che si stimano e rispettano. La storia di Phil Hill non può essere però ridotta a quel singolo episodio, se non altro perché l'americano con le ruote coperte ha mietuto tanti successi, alcuni prestigiosi quanto, se non più, di quel titolo mondiale del 1961.

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Fino a quando nel 1972 non vengono aggiunte due chicane, una dopo la partenza e una alla curva del Serraglio, l'autodromo Monza è cinque velocissime curve collegate da rettilinei, la cosa più vicina ad un ovale che il circus possa offrire. Così le vetture sentono la scia qui più che altrove e gare decise in volata sono all'ordine del giorno. Nel Gran Premio d'Italia del 1969, ad esempio, Jean Pierre Beltoise esce primo dalla Parabolica, ma poi si ritrova terzo sul traguardo dietro Jackie Stewart e Jochen Rindt. Due anni dopo si raggiunge l'apice e cadono tanti record ancora significativi a distanza di così tanto tempo. 

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Una festa che non ci sarà

Scritto da Domenica, 25 Agosto 2013 13:56

Accanto alla Lotus 79 di Mario Andretti, in prima fila al Gran Premio d'Italia il 10 settembre 1978 c'è Gilles Villeneuve per la gioia del popolo ferrarista che si sta sempre più affezionando a questo ventottenne canadese venuto dalle motoslitte. Per Gil è la seconda presenza in prima fila dopo il secondo tempo a Long Beach, ma a Monza per chi guida una Ferrari è tutta un'altra cosa.  I tifosi sono pronti per una gara mozzafiato e magari per una festa. Non sarà così.

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Ritorno a Spa

Scritto da Mercoledì, 21 Agosto 2013 11:06

Monza è ancora lì, ma è un autodromo disegnato nel parco reale. Silverstone è uno stradale, ma negli ultimi venti anni l'hanno riempito di curve e poi è comunque in piano. Al Ring le curve le hanno invece tolte perché erano decisamente troppe. A Monaco si va troppo lenti, a Reims non si corre più da decenni. Insomma, se cercate un circuito ricavato da strade una volta aperte al traffico, pieno di saliscendi e curve da pelo sullo stomaco, un circuito che negli ultimi anni non sia stato troppo snaturato ma si sia adattato agli standard di sicurezza senza perdere la propria identità, allora avete un'unica possibilità: Spa-Francorchamps.

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Le frecce spuntate

Scritto da Mercoledì, 07 Agosto 2013 18:18

A come Atrocità, doppia T come... No, quello è un altro acrostico. A come Ambrosio, R come Rees, O come Oliver, W come Wass, S come Southgate. Unica concessione una doppia R invece che singola ed esce 'ARROWS', ovvero 'frecce'. Il nome scelto dai transfughi della Shadow a inizio 1978 è proprio bello. Ma se è vero l'adagio che dice che chi ben comincia è a metà dell'opera, allora la povera Arrows in più di vent'anni di onorata carriera in Formula 1 dell'opera non riuscirà mai a completare l'altra metà e portarsi a casa un successo in un Gran Premio valido in un mondiale nonostante le buone occasioni non le mancheranno.

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Voglia Dio concedere a noi piloti, una morte tanto lieve e bella*

Quando correva in Formula 1 era soprannominato The Bear, l'orso, a indicare una discreta ritrosia a rilasciare dichiarazioni e a rendersi personaggio piacevole per la carta stampata. E si sa che se ti macchi di questa colpa o di gare ne vinci davvero tante o sei destinato all'oblio. Eppure motivi per ricordarsi di Denis Hulme ce ne sarebbero, a cominciare da quel Mondiale del 1967 strappato per pochi punti al caposquadra nonché titolare della sua scuderia.

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Baumgartner Zsolt, cedendo all'uso magiaro di anteporre il cognome al nome. Alla domanda "Conosci un ungherese che ha guidato in Formula 1?", questa l'unica possibile risposta. Esordio sul circuito di casa con la Jordan nel 2003 e poi un'intera stagione alla Minardi l'anno successivo. Patron Giancarlo in quel 2004 deve avergli detto che l'importante è arrivare in fondo perché se gli altri vanno fuori qualcosa ne può uscire e così il buon Zsolt arriva 9° a Montecarlo, 10° in Canada e, nell'ennesima gara a eliminazione, strappa addirittura un punto mondiale. A Indianapolis giunge, infatti, ultimo tra gli otto piloti che tagliano il traguardo, a tre giri dalla Ferrari di Michael Schumacher, ma questo basta. Poi Baumgartner ripiomba nell'anonimato automobilistico. 

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La piccola isola made in Japan

Scritto da Sabato, 20 Luglio 2013 14:08

Non solo i giganti Honda e Toyota, non solo la volenterosa Super Aguri. Nella piccola schiera delle scuderie giapponesi che abbiano partecipato ad almeno un gran premio iridato c'è anche la sconosciuta Kojima. È il 1976 e il circus per la prima volta sbarca in Giappone, al Fuji, per l'ultima gara della stagione. La Honda si è ritirata da un po', in Toyota non si pensa alle gare automobilistiche e l'unica portabandiera giapponese è la Maki che nelle ultime stagioni ha provato senza successo a partecipare a un gp mondiale: a Zandvoort nel 1975, l'unica volta in cui la qualificazione era impossibile da mancare perché gli iscritti erano meno dei posti disponibili in griglia, Hiroshi Fushida non riesce a partire a causa della rottura del motore.

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Febbre Villeneuve

Le imprese, gli errori, la storia e la leggenda di un pilota che ha lasciato il segno in una Formula 1 d'altri tempi.

 

GillesVilleneuve

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